Carissime mammenaute,
non commettete il mio stesso grossolano errore.
Da quando è nato il Pallino si è instaurato un legame speciale, come è naturale che sia, tra me e lui. Sono con lui ventidue ore su ventiquattro (lo porto al nido due ore al giorno). Sta felicemente in braccio anche a scomsciuti, però mi cerca sempre con la coda dell'occhio. Quando mi scorge, si rassicura.
Verrà in fretta il tempo in cui di rapporti speciali ne avrà a bizzeffe: con il padre, con altri membri della famiglia, maestri, amici e figure varie.
Con il padre ha già un'unione molto forte: lo cerca, ci gioca, lo venera; ma quando ha bisogno di affetto, cibo, conforto, sonno, cerca la mamma. Ebbene sì.
Per cercare di non far sentire il padre meno amato, da quando il Pallino è nato, gli ho ripetuto innumerevoli volte e con insistenza la parola "papà". Si sa come sono certi uomini, con l'arrivo dei bambini si sentono messi da parte (pur adorando le piccole creature).
Sono stata un mese dai nonni in Italia, quando il Pallino aveva cinque mesi, e loro gli ripetevano "mamma". Un bel giorno ha iniziato a formare il suono della lettera Emme con la bocca, un altro giorno ha quasi detto mamma.
Maledetta a me, quando sono tornata in terra di Albione ho ricominciato a ripetere papà al piccolo uomo.
Finché la settimana scorsa ha detto la prima parola.
Papà.
Il papà era presente e fiero del suo piccolo Pallino.
Anche io ero felice.
Adesso però basta. Son due settimane che dice "papà"!
Dice anche una sillaba che è un incrocio tra "ma" e "pa".
Ha detto anche "mamma", ma non nello stesso modo. Come per sbaglio.
Naturalmente sto scherzando, povero Pallino, sotto pressione a sei mesi.
Però ricordatevi: ad ogni azione una conseguenza.
A voi la scelta.
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